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Rischi e uso corretto delle lampade abbronzanti

Rischi e uso corretto delle lampade abbronzanti

L’ultimo allarme arriva dalla Cassazione: pochi giorni fa ha sentenziato che per una seduta di abbronzatura artificiale occorre l’assistenza e il consenso di «un estetista diplomato». L’Istituto superiore di Sanità chiede da tempo il certificato medico per ogni lampada abbronzante, mentre l’Unione europea si limita a sconsigliare la tintarella artificiale. Torneremo tutti pallidi? No, basta qualche precauzione.

Quali sono i rischi della lampada abbronzante?

Partiamo dal suo funzionamento. I lettini abbronzanti rilasciano radiazioni ultraviolette (i raggi UV) che stimolano in alcune cellule della pelle – i melanociti – la produzione di melanina, la sostanza che dà il colore scuro e serve a respingere i raggi proteggendo strati più profondi e delicati della cute. Non è un fenomeno di per sé innaturale: è lo stesso fenomeno che avviene sotto il sole. Più è lunga e intensa l’esposizione, più le cellule producono melanina.

Innaturali sono invece il tempo e il modo dell’esposizione, perché per far scurire la pelle al sole ci vogliono due/tre ore. Per una lampada, 10 minuti. Vuol dire che la stessa quantità di raggi UV viene assorbita in un tempo infinitamente minore e a un ritmo infinitamente meno graduale. La produzione della melanina non tiene il ritmo delle radiazioni e queste «passano» agli strati inferiori. In questo modo è più facile scottarsi e al limite ustionarsi, poi i raggi UV distruggono il collagene e l’elastina, ovvero ciò che dà elasticità e freschezza alla pelle. Così la cute si assottiglia, diventa meno capace di trattenere l’umidità e si secca. Insomma, invecchia precocemente.

Un altro problema è rappresentato dagli effetti sui vasi sanguigni. I raggi e il calore tendono a dilatarli fino a sfibrarli e deformarli. Il sangue scorre con meno facilità, la pelle è meno ossigenata e questo intensifica l’effetto invecchiamento, mentre il calore può favorire la couperose. I raggi possono dare reazioni impreviste se abbinati a creme o altri farmaci. E ci sono problemi a lungo termine: troppi raggi e calore «intossicano» le cellule provocando tumori della pelle. Comunque, una pelle debole e invecchiata è più soggetta a ogni tipo di malattia, come l’herpes.

Bisogna evitare del tutto il ricorso alle lampade solari?

No. Abbronzarsi stimola il metabolismo cellulare, «disinfetta» da funghi e batteri, aiuta la produzione di endorfine. Serve però un controllo, che secondo la Cassazione deve venire da un estetista, ma che in realtà dovrebbe venire da una persona in grado di capire le caratteristiche e le prerogative di ogni pelle: in poche parole, un dermatologo. Bisogna verificare il tipo di pelle: ognuno ha i suoi tempi di abbronzatura, in base alla dieta, all’età, al tipo di vita. In molti centri si «vendono» lampade standard della durata di 10 minuti per un certo numero di mesi, ma a molti bastano 7 o 9 minuti una volta ogni due mesi. E chi verifica che l’utente non sia sotto antibiotici o soffra di malattie circolatorie, cosa che può dare molti problemi?

Poi c’è la «quota solare»: sono i raggi UV che assorbiamo in un dato periodo. Se oltre alla lampada viviamo in una regione soleggiata, oppure lavoriamo all’aperto, bisogna tenerne conto. La «lampada», insomma, bisogna saperla usare, come utenti e come gestori di solarium. Che non vanno frequentati come se fossero un bar.


Dermatologo Plastico a Milano - Fondatore e Direttore Istituto Dermoclinico Vita Cutis

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